MANGIARE MENO CARNE 🍖 salverà l’umanità dall’estinzione?

Mangiare meno carne, salverà l’umanità dall’estinzione?

7 miliardi di umani, un numero in costante crescita. Nel 2050 saremo infatti 9 miliardi di individui che hanno diritto di alimentarsi in maniera sana e consapevole.

Tutto questo oggi non accade.

Da una parte il mondo occidentale con 1,9 miliardi di persone sovrappeso, dall’altra 469 milioni in stato di necessità.

Nutrire il mondo in modo sostenibile è una delle nostre sfide più urgenti nei prossimi decenni. La carne giocherà forse un ruolo fondamentale in questo.

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I dati sulla produzione di carne

Iniziamo da alcuni dati, negli ultimi 50 anni la produzione di carne è triplicata, siamo arrivati a produrne 340 milioni di tonnellate all’anno.

perché mangiare meno carneIn questa immagine qui di lato vediamo la crescita esponenziale nella produzione di carne, con un trend che non accenna a fermarsi.

Inizialmente, negli anni 60 l’europa e gli stati uniti rappresentavano rispettivamente il 42 e il 25% della produzione globale, ma negli ultimi anni l’enorme crescita asiatica ha modificato le proporzioni. Dal 2013 l’Asia è il maggior produttore di carne al mondo supportata dalla crescente domanda.

Tutto ciò ha un prezzo ambientale da pagare.

Emissioni di gas serra, utilizzo di territorio a discapito degli habitat naturali, consumo di risorse idriche sempre più scarse. E’ ormai noto che gli allevamenti intensivi di carne sono tra le principali cause dei mutamenti climatici e della perdita di biodiversità.

Dobbiamo fare una premessa, se è vero come è vero che il numero di persone che hanno deciso di eliminare prodotti animali dalla propria tavola è in aumento , è ancora vero che altrettante persone non hanno nessuna intenzione di farlo.

Piuttosto che dividerci nell’ennesimo schieramento divisivo, chi sta da una parte chi sta dall’altra, dovremmo trovare un punto d’incontro che possa accontentare tutti.

Non dimentichiamoci inoltre che in tanta zone del mondo mangiare carne è necessario per ottenere quei principi nutritivi basici per la sopravvivenza.

I dati sul consumo di carne

Non tutte le nazioni hanno supermercati ricchi di prodotti a tutte le stagioni 24 ore su 24, lì il problema piuttosto è mettere insieme il pranzo con la cena.

Questo lo capiamo bene dai dati, in questa infografica vediamo il consumo di carne nei vari paesi. Da questo grafico si capisce inoltre che non tutti i paesi contribuiscono allo stesso modo.

Nel 1961 il consumo medio era di 20 kg procapite per una popolazione di 3 miliardi di persone, mentre nel 2014 siamo passati ad un consumo medio di oltre 40 kg per una popolazione di 7 miliardi.

Numeri chiaramente insostenibili considerando la crescita della popolazione e la riduzione dei terreni liberi.

Dai dati possiamo inoltre vedere l’enorme differenza tra i paesi, passiamo dai 124 kg procapite degli stati uniti, ai 3 kg procapite dell’India. Noi italiani siamo al doppio della media mondiale con circa 81 kg di carne consumata procapite.

In questo contesto, tralasciando per un secondo le utopie di una popolazione completamente vegana, dobbiamo trovare i punti in comune per una soluzione accettabile nel breve termine.

Facciamo un esempio, noi italiani siamo il primo importatore europeo di carne dal Brasile, questo è un primato che non ci fa onore specialmente se pensiamo che nel nostro paese vengono prodotte carni di alta qualità da filiera meno impattante rispetto a quella brasiliana.

Ed è qui che affrontiamo il più importante problema legato al consumo di carne, il metodo di produzione.

Differenza tra allevamenti intensivi ed estensivi

Nonostante sia chiaro che ridurre il consumo di carne sia un’azione individuale necessario, non dimentichiamo che esiste un enorme differenza sia in termini di impatto ambientale sia di benessere animale nei due metodi possibili, intensivo ed estensivo.

Negli allevamenti intensivi gli animali vengono allevati in numero molto elevato in spazi ristretti come capannoni dove non hanno mai accesso al pascolo.

L’alimentazione è forzata essendo disponibile 24 ore su 24 per velocizzare l’accrescimento nel minor tempo possibile.

Qui alte concentrazioni di animali e le condizioni di stress provocano malattie che vengono curate con medicinali come antibiotici. Dopo una vita al chiuso, gli animali vengono portati al macello.

E’ chiaro che in queste strutture nulla viene rispettato, né il benessere animale, né l’impatto ambientale e tanto meno la salute del consumatore. Qui quello che conta è il profitto aziendale.

Al contrario negli allevamenti estensivi gli animali sono tenuti per la maggior parte del tempo al pascolo dove l’animale può cibarsi in maniera autonoma e consapevole seguendo il suo naturale istinto.

All’aperto ovviamente la bassa densità diminuisce l’insorgere di malattie e quindi l’utilizzo di antibiotici.

Gli allevamenti intensivi sono particolarmente inquinanti per diverse ragioni: il primo è lo smaltimento delle feci degli animali che dovrà seguire tutta una serie di trattamenti che implicano l’utilizzo massivo di risorse idriche.

Il secondo problema è quello legato alla produzione dei mangimi utilizzati.

Questi alimenti a loro volta provengono sicuramente da coltivazioni intensive dove l’utilizzo di pesticidi è la norma, mentre negli allevamenti estensivi gli animali al pascolo hanno bisogno di meno aggiunte alimentari. Un beneficio degli animali al pascolo è anche la loro attività di fertilizzanti naturali attraverso le feci aumentando la biodiversità vegetale ed animale del pascolo.

L’allevamento estensivo riduce inoltre un altro problema tipico di quello intensivo: il trasporto di animali fra nazioni diverse.

Quando leggete nato in Germania, allevato in Francia e macellato in Italia sicuramente state alimentando l’industria intensiva.

Passando al modello estensivo dei piccoli allevamenti locali sparsi in ogni regione, questi trasporti non esisterebbero e si ridurrebbe sia il maltrattamento animale dovuto al lungo viaggio, sia l’inquinamento di Co2 che questi camion producono col trasporto animale.

Negli allevamenti estensivi rimane in piedi solamente il discorso etico sul consumo di animali, etica che ovviamente varia da persona a persona.

E’ importante sottolineare l’enorme differenza tra i due metodi di produzione, da una parte un chiaro impatto sulla salute ambientale, animale e umana, dall’altra un compromesso che potrebbe accontentare tutte le componenti della società.

Mangiare meno carne salverà l’umanità dall’estinzione?

Ovviamente l’allevamento estensivo ha una produzione nettamente inferiore incapace di soddisfare eccessi e sprechi, tuttavia è qui che possiamo trovare la risposta alla domanda iniziale, mangiare meno carne salverà l’umanità dall’autodistruzione?

Secondo il mio modesto parere la risposta è affermativa a patto che questa carne sia di origine estensiva.

Dobbiamo considerare che dal punto di vista ambientale è fondamentale conoscere il metodo di produzione dei prodotti che mangiamo, sia essi siano vegetali o animali.

Pensiamo alle coltivazioni intensive di avocado o palma da olio, anche essendo prodotti vegetali hanno un notevole impatto sull’ambiente e sui lavoratori.

Una diminuzione del consumo di carne è una necessità, tuttavia questo cambio di dieta non deve poi andare verso altri cibi prodotti con metodi intensivi altrimenti si rischia solamente di cambiare il problema.

Come comuni cittadini dobbiamo ambire ad un modello produttivo ecologico, sostenibile e che metta la salute dei consumatori, la salubrità dell’ambiente e il benessere degli animali.

Per farlo bisogna risolvere alcuni problemi a monte come ridimensionare l’industria intensiva e incentivare quella estensiva, biologica e di prossimità. Ovviamente per raggiungere questi risultati dobbiamo lavorare su più fronti, sia a livello politico con politiche comunitarie serie atte a valorizzare le piccole aziende locali a produzione estensiva e biologica, sia a livello individuale eliminando la carne proveniente da allevamenti intensivi.

Tutto ciò richiede una classe politica migliore e un cittadino più consapevole. Ma spesso la politica è lo specchio della società, iniziamo a cambiare noi per vedere poi la società cambiare.

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