Etologia pappagalli: guida introduttiva ai comportamenti degli psittacidi

In questo articolo Simone Durigogn, esperto allevatore, ci illustra l’etologia dei pappagalli. Buona lettura!!

La comprensione del comportamento animale, è sicuramente uno degli obiettivi che l’uomo si è posto fin dalle sue stesse origini: dapprima, per la propria sopravvivenza, poi, per ragioni di utilità, in seguito, per pura sete di conoscenza del mondo animato, non ultimo di se stesso.

La scienza che si occupa di indagare il comportamento degli animali, studiandolo rigorosamente nella sua forma naturale ed ancestrale, si chiama etologia, termine che deriva da “ethos”e “logos” che dal greco significano rispettivamente “carattere” o “costume” e “discorso”.

L’etologia utilizza come metodologia di studio, l’osservazione del comportamento in condizioni naturali, ma anche in contesti di laboratorio, attraverso esperimenti costituiti ad hoc per le varie ipotesi di ricerca.

Gli animali provengono da una lunghissima selezione filogenetica, che di pari passo con i cambiamenti ambientali, ha “modellato” le loro caratteristiche fisiche e mentali, per renderli capaci di vivere e riprodursi: ignorare questa basilare implicazione evolutiva, significherebbe perdere ogni validità ed attendibilità sperimentale, anche in condizioni controllate artificialmente.

L’obiettivo di questo articolo è far luce, in linea generale, sui più salienti comportamenti dei pappagalli, in modo che tali conoscenze possano spiegare molti aspetti che si notano osservando gli esemplari in cattività.

Etologia dei pappagalli

etologia pappagalliGli Psittacidi, in varia misura, sono caratterizzati da una spiccata gregarietà e socialità: i legami sociali tra i soggetti risultano forti e durevoli nel tempo.

Le manifestazioni tangibili che rappresentano e rafforzano tali legami, vengono esibite diverse volte nell’arco del giorno e vanno dal preening (pulizia vicendevole del piumaggio), al passaggio di cibo becco a becco, fino, ovviamente, a frequenti accoppiamenti nel periodo di riproduzione.

In passato il pappagallo veniva da molti ritenuto un animale totalmente monogamo, oggi, invece, si è molto più cauti su questo punto, e sono già numerosi gli esperti che hanno documentato la “separazione” di coppie stabili ed il successivo ricongiungimento con nuovi partner.

D’altronde, le esperienze registrate in cattività sono largamente in favore della seconda tesi: laddove è possibile scegliere, molte coppie riproduttrici, cambiano partner, se messe nella condizione di condividere gli stessi spazi per qualche tempo.

Una spiegazione a questo fenomeno può essere in parte imputata alla maggior monotonia di vita dei soggetti tenuti in gabbia, che dopo un certo periodo potrebbe favorire situazioni di rottura e cambiamento.

In ogni caso, il rapporto di coppia rimane il legame più forte nella struttura sociale dei pappagalli, che per il resto è essenzialmente paritaria: non esistono capi o vecchi esemplari che guidano le scelte, ma c’è un gruppo di soggetti più o meno allargato che coordina e condivide molte delle attività quotidiane: le zone di foraggiamento vengono cercate e prese d’assalto insieme, come insieme si condividono le ore calde dei tropici, pulendosi il piumaggio o sonnecchiando.

Le specie più gregarie (Aratinga, Agapornis, Poicephalus, Brotogeris, ecc.) nidificano a stretto contatto, e non è raro osservare genitori che imbeccano pulli di altre nidiate.

Spesso, i siti di nidificazione non sono occupati solamente dai piccoli appena schiusi, ma all’interno vi possono stazionare anche soggetti della covata precedente, i quali, non ancora pronti a lasciare il gruppo famigliare, si prodigano a scaldare i fratelli più piccoli.

Anche gli alberi utilizzati come dormitorio sono condivisi a stretto contatto durante la notte: in molti casi, centinaia di esemplari appollaiati appesantiscono i rami, prima che l’alba li faccia andare altrove.

I segnali di pericolo possono essere emessi da qualsiasi soggetto del gruppo che si accorga di un predatore, e corrispondono ad un verso ben chiaro che ha la funzione di mettere in allarme, o in fuga, l’intera colonia.

Per prevenire una buona porzione dei rischi di predazione, molte specie hanno selezionato spiccate abitudini arboricole, passando tutta la vita esclusivamente sugli alberi.

Come si può facilmente capire, il sistema ecologico in cui i pappagalli si sono evoluti, è caratterizzato da un’ampissima varietà di stimoli, e moltissime risultano anche le attività in cui sono impegnati durante l’arco della giornata.

Specie generaliste e specialiste

Gli etologi applicano l’etichetta di “specialista” e di “generalista”, rispettivamente alle specie che, da una parte, hanno selezionato un ristretto pattern di comportamenti per risolvere molto bene un solo problema connesso alla propria sopravvivenza, mentre dall’altra, devono scegliere e trovare diverse soluzioni per riuscire a vivere.

Nella prima categoria troviamo, ad esempio, i molluschi marini semplici, che si sono selezionati esclusivamente per filtrare i nutrienti dall’acqua marina.

Nella seconda categoria, invece, ci sono tutte le specie che devono cimentarsi, con una certa difficoltà, in vere e proprie azioni ben strutturate ed efficaci (apprese o ereditate geneticamente) per cacciare, scampare dai predatori, trovare rifugi per riprodurre, ed in generale, trarre beneficio dai mutamenti dell’ambiente in cui vivono.

La famiglia dei Corvidi è emblematica per questa tipologia di comportamenti e l’uomo conosce benissimo la loro evidente capacità di “risolvere” problemi pratici anche in contesti profondamente antropomorfizzati nei quali hanno saputo cogliere gli aspetti più vantaggiosi.

Il comportamento dei pappagalli è molto simile a quello dei Corvidi in termini di scelte per la sopravvivenza: imitano, osservano, ricordano molto bene e sanno agire in una maniera che il senso comune definirebbe (banalmente) “intelligente”.

Sicuramente è stata questa (insieme alla colorazione vivace del piumaggio) la ragione per la quale i pappagalli risultano da sempre tra gli uccelli più amati e ricercati nel mondo.

Rispettare l’etologia dei pappagalli

La loro natura di esseri profondamente “sociali” e “socializzanti” è di fatto l’affinità elettiva che li ha legati alla razza umana ormai da secoli.

Le implicazioni derivanti da queste considerazioni non possono che coinvolgere l’aspetto etico del mantenimento di questi animali in cattività.

Per sopperire al grande bisogno di esternare la loro personalità così curiosa ed espansiva, si dovrebbero fornire quanti più stimoli possibili nell’ambiente di vita in cui si detengono.

Una regola basilare per chiunque vorrebbe avere dei pappagalli in salute, è quella di permettere la socializzazione tra diversi soggetti: l’isolamento, è una condizione psicologica sconosciuta e rappresenta uno stato di solitudine che è equivalente alla sofferenza.

Una buona socializzazione tra pappagalli, anche di diverse specie, favorisce un corretto sviluppo psichico, in quanto permette un apprendimento vicario di schemi di comportamento che saranno utilissimi agli animali, una volta diventati adulti.

Parlando di aspetti pratici, possono essere “corrette” molte aree della gestione quotidiana degli animali.

Ad esempio, non è sufficiente bilanciare i nutrienti dell’alimentazione, se poi i cibi offerti non consentono di essere sbucciati, manipolati, cercati attivamente o se non vengono mai variati.

Bisogna essere ben consapevoli che il cibo riveste una precisa funzione psicologica per i pappagalli, e, utilizzare sempre lo stesso cibo, presentato nella stessa modalità, espone molti soggetti a problemi di nevrosi comportamentale, esibiti dalla famosa sindrome da autodeplumazione.

Non solo il cibo va variato spesso, ma anche l’ambiente della gabbia o voliera che sia: i pappagalli hanno bisogno di molti oggetti da manipolare o distruggere, rami, foglie, bacche, altalene o giochi in plastica che rivestono la fondamentale funzione di evitare la “stasi comportamentale”, attraverso la quale potrebbero facilmente passare a patologie comportamentali molto più serie, oppure, incrementare i comportamenti aggressivi verso i compagni.

Etologia pappagalli: considerazioni finali

Ad oggi, purtroppo, nei molti contributi cartacei italiani ed esteri che trattano di pappagalli (che siano pet, o soggetti da allevamento), è ancora molto raro che si parli di “approccio etologico” per la risoluzione delle varie problematiche comportamentali.

Sicuramente, questa è una grave lacuna che ancora è molto diffusa nel settore, e dire che ormai l’allevamento di uccelli esotici può dirsi già abbastanza “maturo”, non certo agli albori.

Le tecniche di gestione di cani e gatti hanno ormai completamente integrato i concetti di comportamento naturale.

Tali concetti sono riferiti ai corrispettivi simili presenti in natura (lupi e gatti selvatici), specie, queste, che condividono gran parte della genetica con cani e gatti presenti in ambiente domestico.

Il vantaggio di sapere “perché” gli animali agiscono in determinati momenti o situazioni, deriva proprio dallo studio del comportamento della specie, così da poter mettere in atto delle vere e proprie “strategie di modellamento” attraverso il rinforzo dei comportamenti cosiddetti “positivi” e virtuosi.

Lo scopo di questa panoramica generale e riassuntiva è essenzialmente quello di diffondere i concetti più basilari sull’etologia di un ordine tassonomico, tanto variegato, che meriterebbe approfondimenti specie per specie.

Tuttavia, le argomentazioni fornite, possono offrire preziosi spunti per un cambio di prospettiva che il comune gestore o allevatore può utilizzare in maniera proficua per il benessere dei propri animali.

Bibliografia

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Grazie, Alessandro Nicoletti di Keep the Planet

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