Cetacei: chi sono e come proteggere i giganti del mare

Un articolo di Alessandro Nicoletti sui cetacei, i mammiferi che si sono adattati alla vita marina e che oggi hanno bisogno di essere conosciuti per essere amati e quindi protetti.

Ho sentito il bisogno di scrivere questa guida sui cetacei perché le persone si fanno tante domande su questi meravigliosi animali e non è sempre facile trovare la risposta che si cerca.

E’ importante rispondere alle domande perché per proteggere gli animali bisogna prima imparare ad amarli, e per amarli bisogna prima conoscerli, studiarli, capire le loro esigenze e quindi lottare per la loro sopravvivenza.

Probabilmente, nell’immaginario comune i cetacei sono gli animali che più riescono a toccare gli animi delle persone, sono infatti delle specie bandiera, cioè delle specie simbolo scelte per le loro caratteristiche uniche per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Animali come il gorilla, la tigre, il leone, il panda e i cetacei appunto, sono utilizzati per sensibilizzare perché riescono a fare presa sulle persone grazie al loro aspetto, al loro carattere e quindi grazie alla loro presenza si riesce a proteggere gli ecosistemi che altrimenti sarebbero presto degradati.

Queste specie sono di vitale importanza per gli ecosistemi naturali e da qui l’esigenza da parte nostra come associazione di pubblicare questa guida completa sui cetacei che speriamo sia di tuo gradimento.

Chi sono i cetacei

I cetacei sono un gruppo di mammiferi che nel corso dell’evoluzione si sono adattati alla vita acquatica.

Il nome cetaceo deriva dal grecoκῆτος (kētos), che significa balena o mostro marino e fu introdotto per la prima volta dal filosofo Aristotele per indicare gli animali acquatici dotati di respirazione polmonare.

Ed è infatti proprio questa la caratteristica principale che li differenziano dai pesci.

Nonostante abbiano la forma del corpo simile a quella di un pesce, i cetacei sono dei mammiferi euteri molto più simili dal punto di vista evolutivo all’essere umano che al resto delle specie marine.

Per convergenza evolutiva, la forma del corpo dei Cetacei ricorda molto da vicino quella dei pesci, infatti, hanno sviluppato una forma affusolata, idrodinamica, che permette loro di muoversi agevolmente nell’ambiente acquatico riducendo l’attrito con l’acqua.

Le differenze tra pesci e mammiferi sono tuttavia enormi e sostanziali, le principali sono ad esempio che i pesci respirano in acqua con le branchie e si riproducono rilasciando le uova, mentre i mammiferi respirano aria con i polmoni e hanno la gestazione interna dalla quale esce un cucciolo completamente formato come noi umani.

La teoria classica sull’evoluzione indicava che i cetacei derivavano da un gruppo di ungulati terrestri simili ai lupi, mentre una ricerca molecolare degli anni 2000 ha dimostrato che al contrario sono filogeneticamente vicini agli Hippopotamidae.

Il primo antenato comune riconosciuto di tutti i cetacei è Pakicetus, la specie ponte tra gli antenati terrestri e i successivi adattati all’ambiente acquatico.

Gli scienziati hanno collegato il fossile di Pakicetus ai cetacei grazie alla dentatura e alla struttura dell’orecchio interno.

L’anello successivo nella scala evolutiva dei cetacei lo troviamo in Ambulocetus, il primo a compiere vita anfibia con zampe più adattate al nuoto che alla vita sulla terra ferma,  mentre Basilosaurus, che visse circa 38 milioni di anni fa, fu il primo antenato comune dei cetacei ad avere una vita completamente acquatica.

Da questi primi pionieri della vita acquatica, nel corso dei milioni di anni di evoluzione iniziò la successiva ramificazione dell’ordine dei cetacei che oggi sono composti da due gruppi: misticeti e odontoceti.

Misticeti sono un sottordine di Cetacei, rappresentato dalle balenottere, dalla megattera e dalle balene propriamente dette, caratterizzate dalla presenza di fanoni, cioè delle lamine presenti nella bocca al posto dei denti che servono a filtrare l’acqua ingerita e trattenere i piccoli organismi presenti nella colonna d’acqua.

Ogni fanone è composto da una sostanza fatta di cheratina che gli conferisce una certa elasticità, sono organizzati su due file parallele simili a spessi denti dei pettini per capelli e sono fissati alla mascella della balena.

I misticeti sono composti da 4 famiglie:

  • Balenidi: composta da due generi con quattro specie. Essi sono detti comunemente anche “balene franche” o “balene vere”;
  • Balenottere: comprende nove specie, sono simili alle balene, dalle quali si differenziano principalmente per due caratteri scheletrici;
  • Eschrichtiidae: considerata la meno evoluta tra i Misticeti in quanto conserva entrambi i caratteri ancestrali, è composta da una sola specie, la balena grigia;
  • Neobalenidi: composta da una sola specie, la caprera, è il misticeto più piccolo.

Gli odontoceti, l’altro sottordine che compone i cetacei detti anche cetacei dentati, sono caratterizzati dalla presenza di denti veri e propri e sono rappresentati da delfini, capodogli e orche.

Gli Odontoceti hanno un unico sfiatatoio sulla sommità della testa, a differenza dei Misticeti che ne posseggono in numero pari e sono composti da 5 famiglie e una superfamiglia:

  • Delfinidi: composta da ben 18 generi, è la famiglia più numerosa e varia famiglia dei Cetacei e costituiscono un gruppo relativamente moderno, evolutosi circa 10 milioni di anni fa;
  • Monodontidae: comprende da due sole e insolite specie, il narvalo, il cui maschio presenta una lunga zanna, e il bianco beluga;
  • Focene: composto da 3 generi e 6 specie, le focene si differenziano dai delfinidi specialmente per la forma dei denti appiattiti a forma di spatola, diversi dai denti conici dei delfini;
  • Physeteridae: comprende tre specie, il capodoglio (l’odontoceto più grande), il cogia di de Blainville e il cogia di Owen;
  • Ziphiidae: composto da oltre 20 specie, sono la seconda famiglia più numerosa di Cetacei dopo i delfini e sono state uno dei primi gruppi a divergere dalla linea ancestrale;
  • Platanistoidea: la superfamiglia dei delfini di acqua dolce composta da 3 specie, sono tra i cetacei più minacciati di tutto il mondo a causa della perdita dell’habitat, della caccia datagli dall’uomo e della loro scarsa popolazione.

Cosa mangiano i cetacei

chi sono i cetaceiTutti i Cetacei sono organismi predatori e si trovano al vertice della catena alimentare. Hanno pochi predatori naturali come ad esempio gli squali che possono cacciare i cetacei più piccoli o i cuccioli di questi animali, tra i predatori il peggiore e più pericoloso è certamente l’essere umano,

Esiste un’enorme differenza nella dieta tra odontoceti e misticeti, differenza che appunto divide i cetacei in due distinti gruppi.

I misticeti infatti hanno la struttura boccale caratterizzata dalla presenza di fanoni, queste grosse strutture di cheratina che creano una rete filtrante simile nel funzionamento alle reti da pesca che filtrano enormi quantità di acqua di mare e trattengono gli organismi presenti.

Utilizzano due tecniche principali che a loro volta dividono i misticeti a seconda della strategia utilizzata: il primo gruppo è detto degli inghiottitori o gulpers che ingoiano enormi quantità di acqua che poi espellono dai lati della bocca, il secondo gruppo, quello dei filtratori o skimmers, che invece nuotano a bocca aperta continuamente mentre filtrano l’acqua che entra.

I fanoni trattengono il cibo composto prevalentemente da zooplancton e piccoli pesci come alici, sardine e aringhe.

Le diverse specie utilizzano diverse strategie per cacciare le loro prede, alcune ad esempio nuotano lentamente in superficie, oppure si immergono e creano delle bolle d’aria con lo sfiatatoio sotto il branco di aringhe per confonderle.

I misticeti compiono lunghe traversate oceaniche per recarsi nelle aree dedicate all’alimentazione che sono diverse dalle aree di riproduzione.

Gli odontoceti si nutrono di prede più grandi rispetto a quelle dei Misticeti e utilizzano il sistema dell’ecolocalizzazione per individuarle.

Questi animali infatti producono una serie di suoni ad alta frequenza che vengono diretti nella direzione in cui punta la testa.

Quando i segnali raggiungono una preda, rimbalzano e tornano indietro. L’eco di ritorno viene recepita dalla mandibola, che trasmette le vibrazioni all’orecchio per mezzo di una sostanza oleosa. I suoni vengono utilizzati per stordire la preda.

A differenza dei misticeti, gli odontoceti si spingono molto più profondità per la ricerca delle prede che sono composte prevalentemente da pesci, calamari e a volte altri mammiferi marini come nel caso delle orche.

Come respirano i cetacei

I cetacei, come tutti i mammiferi, respirano aria attraverso il loro sistema polmonare. Per farlo, sono costretti ad emergere periodicamente in superficie per immagazzinare l’aria necessaria.

Uno dei vari adattamenti alla vita acquatica consiste nello spostamento delle narici nasali sul dorso, trasformate in sfiatatoi.

Questo permette ai cetacei di rimanere sommersi quando vanno in superficie per respirare. I misticeti hanno conservato due cavità che negli odontoceti si sono fusi in una sola. Lo sfiatatoio è controllato da muscoli volontari e pertanto la respirazione nei cetacei è volontaria.

Gli alveoli polmonari sono molto più efficienti in quanto sono riccamente vascolarizzati, riuscendo quindi ad estrarre tutto l’ossigeno presente nell’aria inspirata.

I polmoni si collassano completamente all’aumentare della profondità garantendo quindi la resistenza dei cetacei alla malattia di decompressione da azoto.

Il volume polmonare è più basso di quello dei mammiferi terrestri, per evitare il rischio di formazione di emboli gassosi durante le risalite dalle immersioni profonde. Alle alte profondità, infatti, la pressione spinge gli organi interni sul diaframma, che fa sì che i polmoni, avendo un basso volume, si svuotino quasi completamente.

I tempi di immersione variano a seconda della specie, dai 5 minuti di alcune specie di delfini, alle 2 ore del capodoglio. Anche le profondità massime raggiunte variano da specie a specie, sempre il capodoglio detiene il primato con 3000 metri di profondità massima raggiunta.

La straordinaria capacità di immersione avviene grazie ad adattamenti che hanno permesso la presenza di molteplici riserve di ossigeno.

La normale riserva di ossigeno data dal lavoro dei polmoni risulta, nonostante le dimensioni, più cospicua rispetto a quella dei mammiferi terrestri in quanto permettono un maggiore ricambio d’aria, pari al 70-90% contro il 15% dell’uomo.

A questa si aggiungono le cospicue riserve di ossigeno che questi animali riescono ad immagazzinare nel sangue e nei muscoli come ad esempio nei muscoli grazie alla presenza di un’elevata concentrazione di mioglobina che riesce a fissare circa il 90% dell’ossigeno inspirato.

Intelligenza e comunicazione nei cetacei

dove vivono i cetaceiI cetacei sono tra gli animali più intelligenti al mondo, hanno capacità emotive e comunicative simili alle nostre. Possiedono infatti un cervello molto sviluppato, le cui dimensioni relative sono paragonabili a quelle dei primati antropomorfi, uomo compreso.

La corteccia cerebrale del cervello dei cetacei presenta un alto numero di circonvoluzioni, soprattutto nel caso degli odontoceti, che possiedono un numero di circonvoluzioni maggiore di quello del cervello umano, sebbene lo spessore della corteccia sia minore.

Le capacità cognitive di questi animali sono molto sviluppate, per esempio, i tursiopi sono i soli animali, insieme all’uomo e ad alle scimmie antropomorfe, ad essere in grado di riconoscere se stessi se posti di fronte ad uno specchio.

Tutti i mammiferi, dai topi agli esseri umani, hanno tre lobi del cervello, mentre i cetacei ne hanno quattro. Gli strati della neo-corteccia sono più pronunciati nel cervello dei cetacei che in quello degli esseri umani.

Per cui, nel complesso, il cervello di un capodoglio e di un orca sono più grandi e più complessi rispetto al cervello umano.

Un gruppo di ricercatori della Stanford University hanno raccolto dati sulle dimensioni, sulla complessità del cervello e sull’articolazione dei comportamenti sociali in 90 diverse specie di delfini, balene e focene.

Dall’analisi dei dati è apparso che la lista di comportamenti sociali dei cetacei è tanto più lunga e i comportamenti più marcati quanto maggiore è l’indice di encefalizzazione, ossia il rapporto fra la massa del cervello e quella corporea dell’animale.

Per quanto riguarda la comunicazione, vengono utilizzati suoni a bassa frequenza simili a fischi o all’abbaiare dei cani. I delfinidi in particolare emettono toni specifici che servono per identificare il singolo individuo.

Questi particolari fischi servono, oltre che per la comunicazione intraspecifica, per il riconoscimento dell’individuo all’interno del gruppo. Le orche (Orcinus orca), invece, vivono solitamente in piccoli gruppi composti dalla femmina fertile, i suoi piccoli, altre femmine anziane e il maschio.

Balene e delfini vivono organizzati in piccoli gruppi all’interno dei quali hanno delle relazioni complesse, e usano un linguaggio diverso da gruppo a gruppo, come i dialetti umani.

Alcune ricerche effettuate dimostrano come ogni gruppo sviluppi un proprio pattern di suoni, simile a un “dialetto”.

Questo particolare linguaggio viene trasmesso alle generazioni successive in modo da facilitare la comunicazione tra individui appartenenti allo stesso gruppo.

Grazie alla particolare capacità nella produzione dei suoni sviluppata dal sottordine è possibile trasmettere agli altri individui informazioni basilari e organizzare la cooperazione e la coordinazione durante le battute di caccia.

I cetacei, come l’uomo e le scimmie antropomorfe, sono degli esseri molto ‘sociali’: collaborano per il vantaggio reciproco, giocano insieme, e insegnano dei comportamenti, come le tecniche di caccia, ai compagni del gruppo, riescono inoltre a chiamarsi per nome usando fischi unici per i singoli individui.

Tutte queste caratteristiche sociali e culturali, secondo gli esperti, sono legate alla dimensione del cervello di questi cetacei, e alla sua espansione.

Diversa è l’origine dei suoni utilizzati per l’ecolocalizzazione. Infatti i tipici fischi utilizzati per la comunicazione vengono prodotti dalla laringe, i segnali sonar vengono invece prodotti dal melone.

Dove vivono i cetacei

I cetacei abitano tutti i mari e oceani del mondo di tutte le latitudini e longitudini. Le specie d’acqua dolce inoltre sono presenti in laghi e fiumi di Nordamerica, Sudamerica e Asia.

Alcune specie, come per esempio le orche sono cosmopolite, altre sono diffuse in ampie aree geografiche ,ma non sono presenti in tutte le acque del mondo ed altre ancora vivono in aree più ristrette.

Ovviamente questo comporta per le diverse specie diversi gradi di pericolo di estinzione. Ci sono poi specie che preferiscono il mare aperto e rientrano vicino alla costa solo in determinati periodi della loro vita, e altre, dette neritiche, che passano l’intera esistenza vicino alle coste.

Famose sono le lunghe migrazioni di alcuni misticeti che nuotano migliaia di chilometri dalle zone in cui si cibano (feeding zone) a quelle in cui si riproducono (breeding zone).

Il percorso intrapreso generalmente coincide con il periodo estivo vicino delle regioni polari, abbondanti di krill, per poi migrare verso l’equatore in inverno, dove avviene l’accoppiamento e il parto delle femmine gravide.

La migrazione sembra essere dovuta anche dal senso di protezione dei cuccioli dalle orche che sono più abbondanti nei mari freddi.

Anche gli odontoceti compiono delle migrazioni che sono generalmente più brevi.

Non si conoscono ancora bene i meccanismi attraverso cui i cetacei riescono a trovare le rotte migratorie. Si pensa che possano basarsi sul campo geomagnetico, sulla posizione del sole, sulle correnti marine o sulla localizzazione della provenienza di suoni a bassissima frequenza.

Minacce per i cetacei

I pericoli per i cetacei sono simili a tutti gli abitanti dei mari e cioè le attività umane.

La pesca eccessiva è infatti uno dei principali fattori che mettono in pericolo la sopravvivenza delle specie.

La pesca infatti sottrae risorse di cibo fondamentali per i cetacei, fattore al quale si aggiungono le catture accidentali nelle reti da pesca che soffocano i cetacei intrappolati.

Una minaccia arriva inoltre dalla caccia diretta, fenomeno che fortunatamente si è notevolmente ridotto rispetto al passato, ma che comunque viene ancora svolto da alcuni paesi come la Norvegia e il Giappone.

Oggi la caccia ai Cetacei di grandi dimensioni è regolata dalla Commissione internazionale per la caccia alle balene (IWC), che nel 1986 ha approvato una moratoria sulla caccia che è ancora valida. Ogni anno, comunque, i paesi membri della commissione si riuniscono per decidere se e quali specie debbano essere tolte dalla moratoria.

Un eccezione sono i cacciatori delle Isole Faroe e dei giapponesi che in barba alle leggi internazionali ogni anno ripetono la tradizionale mattanza che ha ormai fatto il giro del mondo attraverso le crude immagini del web.

Queste sono le ultime rimostranze di un passato dove i cetacei venivano cacciati in maniera industriale per alimentare l’industria della carne, del grasso e dell’olio di balena.

Una minaccia arriva anche dall’inquinamento di plastica che sta assumendo le proporzioni di una devastazione su scala planetaria. La plastica infatti viene scambiata per meduse e calamari, plastica che una volta ingerita avvelena e uccide l’animale.

Lo stato di conservazione dei cetacei è specifico per ogni singola specie, passiamo dalla situazione drammatica della vaquita che con soli 12 esemplari rischia l’estinzione imminente, al delfino comune che essendo presente in quasi tutti i mari del mondo non rischia l’estinzione.

Spiaggiamento dei cetacei

Lo spiaggiamento, singolo o in massa, di cetacei è un fenomeno ormai conosciuto da tutti e da molto tempo. Anche se a volte tendiamo ad associare questi eventi all’azione dell’uomo, il fenomeno è noto da millenni.

Come prova troviamo uno scritto di Aristotele che fu il primo a porsi la questione sulle cause degli spiaggiamenti, scrivendo: “Non si sa per quale motivo [i delfini] si arenano sulla terraferma; in ogni caso accade abbastanza spesso, e per nessun motivo evidente“.

Le cause che determinano lo spiaggiamento di animali vivi sono al centro di un dibattito scientifico ormai aperto da molti decenni.

Le teorie sono varie, ma si può con ragionevole prudenza affermare che tale evento può essere provocato di volta in volta da cause diverse, singole o combinate.

Se l’animale appartiene a una specie dal comportamento sociale particolarmente sviluppato, può succedere che gli individui del branco seguano fino a terra quello o quelli di loro che sono in difficoltà.

Certamente anche cause ambientali, quali ad esempio anomalie locali nel campo geomagnetico, al quale sembra che i cetacei siano sensibili, possono provocare fenomeni di spiaggiamento talvolta anche massiccio.

Per i cetacei che invece arrivano a terra ormai morti, spinti dalle correnti e/o dalle mareggiate, la determinazione delle cause di morte assume un aspetto di estrema importanza per la valutazione dello stato di salute delle popolazioni e dell’impatto antropico operato dalle attività umane direttamente in mare o sulla costa.

Quello che invece è stato provato oltre ogni dubbio è l’interferenza dei sonar militari nell’apparato di geolocazione dei cetacei. 

I forti e rapidi cambiamenti di pressione dovuti ai sonar possono provare delle emorragie.

Un esempio si è avuto quando 17 zifidi si sono spiaggiati nelle Bahamas nel marzo del 2000 a seguito di esercitazioni fatte con i sonar dalla marina americana.

I militari ammisero che le balene morte avevano subito emorragie alle orecchie provocate acusticamente e che la conseguente perdita dell’orientamento aveva portato agli spiaggiamenti.

Proteggere i cetacei

Decenni di studi sui cetacei hanno portato all’identificazione di quei luoghi chiave per le specie e pertanto questi dati devono essere portati sulle scrivanie delle istituzioni per forzare l’istituzione di santuari marini dove le attività umane siano proibite o quanto meno limitate.

Gli studiosi di diverse specie hanno identificato infatti i principali siti di riproduzione e di alimentazione, ulteriori studi stanno inoltre evidenziando anche le rotte migratorie principali seguite dagli animali.

In queste aree chiave devono sussistere dei divieti quali pesca a strascico, attività industriali ed esercitazioni militari.

L’istituzione di parchi marini ha dimostrato anche gli effetti positivi sulla pesca con il fenomeno dello spill over, cioè quell’aumento di pescosità che avviene al di fuori dei confini dei parchi marini per effetto della maggiore concentrazione di stock ittici all’interno del parco.

Una rete internazionale di parchi marini protetti è infatti la sola soluzione per proteggere gli oceani e il clima.

Passi importanti devono essere fatti per quanto riguarda il problema dell’inquinamento, specialmente per la plastica che sta creando delle situazioni assurde e drammatiche per tutte le specie marine.

Cetacei: considerazione finale

Noi comuni cittadini che amiamo i cetacei dobbiamo iniziare ad opporci alla società dell’usa e getta che sta trasformando i mari di tutto il mondo in discariche.

Noi siamo la società, noi decidiamo cosa e dove comprare, forse dovremmo tirare la testa fuori dalla sabbia e pensare ad un modello sostenibile per il pianeta.

Il momento di agire non è ora, ma ieri, ma oggi è la migliore occasione che abbiamo.

Se ami i cetacei e la natura tutta, aiutami a condividere questo messaggio.

Alessandro Nicoletti

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