Quali sono le caratteristiche dell’acquacoltura sostenibile rispetto quella tradizionale

Oggi parliamo di acquacoltura sostenibile.

Ciao a tutti ragazzi, io sono Alessandro Nicoletti, biologo marino e fondatore dell’associazione ecologista Keep the planet.

In due precedenti video/articoli qui sul canale avevamo parlato di acquacoltura, della sua importanza e dell’impatto ambientale causato dagli allevamenti sugli ecosistemi marini.

Ma quali sono le caratteristiche che rendono l’acquacoltura un modello di produzione alimentare sostenibile?

Leggi l’articolo o guarda il video:

La sfida che deve affrontare la società umana è enorme, con oltre 7 miliardi di persone in cerca di sicurezza alimentare e una popolazione in costante crescita, acquacoltura giocherà un ruolo fondamentale nel futuro dell’umanità.

Partendo dal presupposto che tutte le produzioni alimentari hanno un impatto sugli ecosistemi naturali, quando parliamo di proteine animali l‘acquacoltura è il metodo meno inquinante.

Tuttavia, esistono enormi differenze tra i vari allevamenti che dipendono dalla specie allevata, dai mangimi e dal metodo di produzione.

Caratteristiche dell’acquacoltura sostenibile

acquacoltura sostenibilePrimo parametro per definire un impianto di produzione sostenibile è il rapporto di massa tra quantità di pescato consumato/quantità di pesce prodotto dall’acquacoltura detto anche Fish-In/Fish-Out e rappresenta un aspetto cruciale per l’acquacoltura moderna.

In termini semplici, significa quanto pesce selvatico è stato utilizzato per produrre un chilo di pesce allevato.

Molte specie infatti come i salmoni e i branzini sono animali carnivori che hanno bisogno di farine e olio di pesce nei mangimi. Farine e oli che vengono prodotti con pesce selvatico pescato in natura.

Fino ai primi anni 2000 questo rapporto era completamente insostenibile: servivano ben 2 chili e mezzo kg di prodotti oceanici per produrre un kg di salmonidi ed 1,5 kg produrre un kg di spigola o di orata.

Ora, dopo decenni di ricerche, questi valori sono drasticamente scesi a 0,82 per i salmonidi e 0,53 per le specie marine.

Questo è stato possibile grazie alla ricerca scientifica che ha permesso la sostituzione dei derivati della pesca con ingredienti alternativi come alghe e insetti nella dieta dei pesci allevati migliorando nettamente la sostenibilità della pesca.

Secondo parametro per definire la sostenibilità dell’acquacoltura è l’immissione di sostanze fisiche e chimiche in ambiente.

Negli allevamenti ipertensivi dove la concentrazione di pesci è elevata, è elevato anche l’utilizzo di antibiotici, anti parassitari, e altre sostanze per evitare l’insorgere di malattie ed infezioni.

Queste sostanze oltre che assimilate dagli animali, vengono ovviamente disperse in ambiente con l’inevitabile impatto sull’ecosistema circostante.

L’uso di antibiotici e alcune sostanze chimiche sembra essere una necessità per l’industria ittica, ma può essere ridotto dall’aumento dell’uso di vaccini, dal miglioramento delle pratiche di allevamento, dalla riduzione della densità dei pesci e dall’attenzione generale alle condizioni ambientali e igieniche.

Per ridurre l’utilizzo di sostanze chimiche è essenziale ridurre il numero di esemplari per metro quadrato così da offrire spazio maggiore e capacità di movimento che a loro volta incidono anche sulla qualità del prodotto.

Il discorso è simile agli allevamenti a terra, da una parte i metodi intensivi che per massimizzare la produzione sacrificano qualità e benessere, mentre i metodi estensivi producono meno, ma meglio.

Quando parliamo di acquacoltura sostenibile abbiamo di fronte a noi due soluzioni principali, che si contrappongono ai metodi tradizionali: l’allevamento in mare aperto e i sistemi chiusi di ricircolo.

L’acquacoltura a ricircolo è essenzialmente una tecnologia per l’allevamento di pesci o altri organismi acquatici che riutilizzano l’acqua in sistemi chiusi.

La tecnologia è basata sull’uso di filtri meccanici e biologici che depurano le acque di scarto e le rimettono in circolo in completa sicurezza.

Questo sistema è utilizzabile per molte delle specie che oggi alleviamo come pesci crostacei e molluschi.

L‘allevamento in mare aperto invece è un nuovo approccio dove la creazione degli impianti avviene lontano dalla costa dove le correnti oceaniche sono forti e la profondità tale da garantire la dispersione degli inquinanti rilasciati dall’allevamento.

Altre sostanze che vengono rilasciate dagli impianti di acquacoltura sono ovviamente le feci degli animali che hanno un notevole impatto ambientale.

Se l’impianto è situato in zone costiere dove le correnti sono deboli e il fondale basso, queste sostanze alterano le normali condizioni ambientali influenzando negativamente le specie selvatiche.

Oltre ai due metodi visti in precedenza, cioè l’acquacoltura offshore e quella chiusa di ricircolo, esiste un terzo approccio, definito multitrofico, che ha decretato il successo dell’acquacoltura rispetto ad altri metodi produttivi.

A livello teorico, il principio è piuttosto semplice e si applica ai modelli di economia circolare dove nulla del sistema viene perso.

Il sistema più semplice è quello dell’acquaponica dove gli scarti prodotti dai pesci sono convertiti dai microbi in fertilizzanti per alghe e piante che a loro volta possono essere usate non solo per pulire le acque, ma anche come cibo per i pesci.

Interessante il progetto Tomatofish portato avanti in Germania dove è stato attuato un sito dimostrativo per l’integrazione tra coltivazione di pomodori e allevamento ittico.

L’obiettivo era quello di produrre circa 25 tonnellate di pesce (pesce gatto/tilapia) e 10 tonnellate di pomodori l’anno in un sistema acquaponico.

Il passaggio successivo all’acquaponica è quello dell’acquacoltura integrata multitrofica che rappresenta un sistema di policoltura dove nello stesso impianto vengono allevate diverse specie animali dove gli scarti di un livello rappresenta il cibo per il successivo.

I tipi più comuni di sistemi integrati riguardano la piscicoltura con la produzione di molluschi e la coltivazione di alghe: le feci dei pesci sono composte da una parte fina e una grossolana, la prima viene filtrata da bivalvi filtratori, mentre la parte più grande che cade sul fondale viene usata da specie detritivore come ad esempio il cetriolo di mare.

Queste specie che si accrescono grazie alle feci dei pesci possono essere a loro volta utilizzate nella produzioni di farine e oli che verranno poi inserite nei mangimi dei pesci chiudendo quindi il circolo.

I sistemi integrati possono esistere in mare oppure in sistemi chiusi aumentando le opportunità di ricerca e sviluppo: interessanti infatti sono gli studi sulle microalghe che possono essere anche una fonte di energia pulita e rinnovabile.

Oggi grazie alla scienza potremmo risolvere molte delle problematiche ambientali che stiamo affrontando, ma purtroppo mancano spesso fondi e volontà politica di trasformare queste incoraggianti scoperte in solide realtà.

Altro parametro, il quarto, da tenere in considerazione nella sostenibilità di un impianto di acquacoltura è la fuga dei pesci allevati in ambiente, fuga che può causare malattie negli stock selvatici e immissioni di specie aliene.

Se negli allevamenti chiusi questo problema non esiste, in mare gli imprenditori devono far in modo di impedire queste fughe attraverso una corretta progettazione dell’impianto e la successiva manutenzione.

Ci sono miliardi di umani che oggi si affidano alle sempre meno ricche risorse della pesca, se vogliamo sfamare gli umani del futuro in maniera sostenibile dobbiamo ripensare completamente al nostro modello produttivo e concentrarsi sui metodi che possano realmente fare la differenza.

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